Lo Spirito Santo ha fatto sbocciare un nuovo piccolo fiore nel deserto del mondo: l’Opera Piccola Cafarnao.

Quest’Opera si rivolge ai “piccoli”, invitandoli ad amare sempre più la loro piccolezza e ad offrirla al Signore, affinché la trasformi in qualcosa di grande, a beneficio del mondo intero.

Dio è infinito ed eterno, e tutto ciò che scaturisce da Lui è infinito ed eterno; come lo è la sua umiltà, la sua piccolezza, che si è manifestata quando, nella pienezza dei tempi, per la nostra salvezza, ha voluto assumere la nostra natura umana affrontando una vita fatta di povertà, dolore, disprezzo, terminata con una morte ingiusta e ignominiosa sulla croce.

“Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la nostra condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.

Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome;

perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sottoterra;

e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2,6-11).

 

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14)

 

 

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Meditazione di Sant’Alfonso Maria de Liguori su l’amore di Dio nel farsi uomo.

“Consideriamo l’amore immenso che Dio ci dimostrò nel farsi uomo per ottenere a noi la salute eterna.

Pecca Adamo, il nostro primo padre,e ribellandosi a Dio viene scacciato dal paradiso e condannato alla morte eterna con tutti i suoi discendenti. Ma ecco il Figlio di Dio che vedendo perduto l’uomo, per liberarlo dalla morte si offre a prendere carne umana e a morire giustiziato sulla croce.

Ma, “Figlio – gli dice il Padre- pensa che in terra dovrai fare una vita umile e penosa. Dovrai nascere in una grotta fredda ed esser posto in una mangiatoia per bestie.

Dovrai, bambino, fuggire in Egitto per scampare dalle mani di Erode. Ritornato dall’Egitto dovrai vivere in una bottega garzone , povero e disprezzato. Finalmente, a forza di dolori, dovrai lasciar la vita sopra una croce, svergognato e abbandonato da tutti”. “Padre, non importa-risponde il Figlio-di tutto mi contento, purché si salvi l’uomo”.

Che si direbbe mai se un principe, avendo compassione di un verme morto, volesse diventare egli verme, e facendo un bagno nel suo sangue, morisse per dar vita al verme? Più di questo ha fatto per noi il Verbo Eterno, perché Egli, essendo Dio, ha voluto farsi verme come noi e morire per noi, al fine d’acquistarci la vita perduta della grazia divina.

L’uomo disprezzando Dio, dice san Fulgenzio, si partì da Dio, ma Dio, amando l’uomo, venne dal cielo a ritrovare l’uomo. E perché venne? Venne affinché l’uomo conoscesse quanto Dio lo amava e così, almeno, per gratitudine lo amasse. Anche le bestie che ci vengono appresso si fanno amare; e noi perché siamo così ingrati con un Dio che scende dal cielo in terra per farsi amare?

Un giorno, mentre un sacerdote diceva quelle parole della Messa:” E il Verbo si è fatto carne,un uomo lì presente, non fece alcun atto di riverenza; allora il demonio gli diede un grande schiaffo, dicendogli: “Ah ingrato! Se Dio avesse fatto per me quanto ha fatto per te,io starei sempre con la faccia per terra per ringraziarlo”.

Gesù non si è limitato a farsi infinitamente piccolo incarnandosi e soffrendo, nell’intero arco della sua vita, dei dolori così atroci, nel corpo e nell’anima, che nessuna mente umana potrà mai comprenderli, ma ha voluto raggiungere il vertice di un’inconcepibile piccolezza quando si è annichilito in un piccolo pezzo di pane e in un sorso di vino per farsi nostro cibo, affinché potessimo crescere e diventare simili a lui.

 

corpo di cristo

“Ecco, ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote. E come ai santi Apostoli si mostrò nella vera carne, così anche ora si mostra a noi nel pane consacrato. E come essi con gli occhi del loro corpo vedevano soltanto la carne di lui, ma, contemplando con gli occhi dello spirito, credevano che egli era lo stesso Dio, così anche noi, vedendo pane e vino con gli occhi del corpo, dobbiamo vedere e credere fermamente che questo è il santissimo corpo e sangue vivo e vero” (F.F. Ammonizioni di san Francesco d’Assisi, 144).

Gli angeli rimangono attoniti dinanzi ad un tale mistero e sono in perpetua adorazione; i santi hanno vissuto la loro vita incentrata sull’ Eucarestia; mentre c’è gente che rimane incredula e “inappetente” verso il pane eucaristico, come lo furono gli abitanti di Cafarnao, i quali, quando ascoltarono Gesù nel discorso sul pane di vita, rimasero allibiti e scandalizzati.

Infatti, Gesù, nella Sinagoga di Cafarnao, aveva provocato uno sconcerto generale, unito ad un senso di disgusto, quando proclamò: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne, è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui…”molti dei suoi discepoli, dopo averlo ascoltato, dissero: ”Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo? (Gv 6,53-57; 59-60). Apparentemente, sembra un discorso duro e incomprensibile, eppure c’è un modo per intenderlo: essere anche noi “mangiati e digeriti” da Dio! Nella legge dell’amore vige la reciprocità, perciò, quando riceviamo il pane eucaristico, dobbiamo anche noi diventare cibo per lui, lasciandoci “masticare” e “assimilare” fino a diventare un tutt’uno con Gesù. “Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me” (Dalle Conf. di S.Agostino d’Ippona, Lib.7). Invece, se riceviamo l’ostia con superficialità anche Gesù entra in noi con altrettanta superficialità, come “l’acqua che scorre nello scolapasta”, senza apportare alcun effetto trasformante e unitivo, e se, disgraziatamente, la riceviamo in modo indegno e sacrilego corriamo il rischio di finire nella pancia del “lupo cattivo”, come nella fiaba di Cappuccetto rosso.

  

Un piccolo, quando partecipa alla mensa eucaristica, o quando adora Gesù davanti al Tabernacolo, si offre come una piccola ostia per ristorare un Dio “affamato” e “assetato” (Gv 4, 7-8) delle sue creature.

 

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“Sono un’ostia nelle tue mani, o Gesù, mio Creatore e Signore,silenziosa, nascosta,senza bellezza e fascino, poiché tutta la bellezza della mia anima si riflette nell’intimo.

Sono nelle tue mani, o Dio, come un’ostia bianca, ti supplico: trasformami in te, affinché nascosta completamente in te, resti chiusa nel tuo Cuore misericordioso come in Paradiso. Sono nelle tue mani come un’ostia sacrificale, e brucio sull’altare dell’olocausto, macinata e logorata dalla sofferenza come un chicco di grano. Tutto per la tua gloria e per la salvezza delle anime. Sono un’ostia che dimora nel tabernacolo del tuo Cuore, affronto la vita immersa nel tuo amore, e nel mondo non ho paura di nulla, poiché sei tu il mio scudo, la mia forza, la mia difesa.

Sono un’ostia deposta sull’altare del tuo cuore, per ardere del fuoco del dell’amore per tutti i secoli, poiché so che mi hai innalzato solo per la tua misericordia, e pertanto tutti i doni e le grazie tornano a tua gloria (Dal Diario di s Faustina Kowalska; VI quad. n 21).

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