Lo Spirito Santo ha fatto sbocciare un nuovo piccolo fiore nel deserto del mondo: l’Opera Piccola Cafarnao.

Quest’Opera si rivolge ai “piccoli”, invitandoli ad amare sempre più la loro piccolezza e ad offrirla al Signore, affinché la trasformi in qualcosa di grande, a beneficio del mondo intero.

Il significato semitico della parola Cafarnao è Kefar Nahum, che vuol dire il villaggio di Nahum, e il nome Nahum, in lingua ebraica, significa Jahvè consola, mentre, per san Girolamo, la radice ‘nm indicherebbe anche la parola bellezza. Quindi, Cafarnao può essere definito il villaggio della consolazione e della bellezza, ed è un meraviglioso villaggio racchiuso nel cuore di ogni uomo, dove il Signore ama dimorare, ma che, purtroppo, può essere trasformato in un’orrida giungla o in un ammasso di rovine se si permette al “serpente” di soggiornarvi.

 

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Il bisogno di consolazione nasce con l’uomo; infatti, l’essere umano, a differenza dell’animale, nel corso della sua vita, ha sempre bisogno di ricevere delle consolazioni, dal momento in cui nasce fino agli ultimi istanti di vita.

“Nasce l’uomo a fatica, ed è rischio di morte il nascimento. Prova pena e tormento per prima cosa, e in sul principio stesso la madre e il genitore il prende a consolar dell’esser nato. Poi che crescendo viene, l’uno e l’altro il sostiene, e via per sempre, con atti e con parole studiasi fargli core, e consolarlo dell’umano stato” (dalla poesia: Alla luna, di Giacomo Leopardi).

Ma all’uomo non è sufficiente, specialmente nei momenti più bui e drammatici della sua esistenza, la consolazione che può ricevere dai suoi simili, specialmente da parte di alcune “anime addormentate” capaci di offrire solo sciocche consolazioni del tipo: “Tira a campare, pensa a chi sta peggio di te”.

Solo Gesù può capire fino in fondo ogni nostro dolore, asciugare tutte le nostre lacrime, e donarci parole di profonda consolazione che riempiono il cuore della sua pace e della sua gioia.

“Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così per mezzo di Cristo abbonda anche la nostra consolazione” (2 Cor 1, 3-6).

“Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime” (Mt 11, 28). Non c’è dolore nel corpo o pena nell’anima che Gesù non possa lenire, non esiste problema che non possa risolvere, basta solo avere fede in lui, magari quanto un granello di senapa (Mt 17,20-21), e lasciarlo entrare nella nostra “casa”.

  

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Gesù, oltre alla sua consolazione, ci dona anche quella del Consolatore per eccellenza, lo Spirito Santo, lo Spirito dell’Amore che lega il Padre al Figlio. “Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi per sempre” (Gv 14, 16-17). Lo Spirito Consolatore, con i suoi sette doni: Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietà, Timore di Dio, è un “fuoco” che accende, nello spirito di chi lo invoca, un’energia tale da trasformarlo in una specie di “supereroe”, vale a dire, in una persona capace di affrontare con serenità qualsiasi genere di prova che la vita possa infliggergli, e che esce vittoriosa da qualsiasi situazione a lei avversa. È triste constatare come molti cristiani si dimenticano di avere a disposizione quest’ immensa “Energia”, e vivono sconsolati e spenti come un “elettrodomestico con la spina staccata”, specialmente tanti giovani che, dopo aver ricevuto il sacramento della Cresima, lasciano spegnere il Fuoco Divino come fosse il “fuoco di una sigaretta”, e poi, per cercare qualche consolazione da quattro soldi, ricorrono all’alcool o alla droga.

 

Sequenza allo Spirito Santo

Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce.

Vieni, padre dei poveri, vieni datore dei doni, vieni, luce dei cuori.

Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo.

Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto conforto.

O luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli.

Senza la tua forza nulla è nell’uomo, nulla senza colpa.

Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina.

Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato.

Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano i tuoi santi doni.

Dona virtù e premio, dona morte santa. Dona gioia eterna. Amen

 

giardini di pietra

“Non lontano da Cafarnao si vedono i gradini di pietra dove stette il Signore. Là, presso il mare, c’è un campo d’erba con fieno in abbondanza e molti alberi di palme e, nelle vicinanze, sette sorgenti, ognuna delle quali dà acqua senza fine. In questo campo il Signore sfamò la folla con cinque pani e due pesci” (testo attribuito a Egeria, sec IV).

Questo antico testo sembra descrivere una specie di Paradiso terrestre, e quelle sette sorgenti sono un simbolo dei sette sacramenti che Gesù ci ha donato per la vita eterna.

Gesù aveva scelto questo bellissimo luogo della Galilea per iniziare la sua vita pubblica, e lo amava così tanto da volerci tornare dopo la sua resurrezione (Mt 28,10-11).

L’uomo è naturalmente attratto dalla bellezza, ma si limita a cercarla nelle cose belle ed effimere di questo mondo e non nel profondo della sua anima. Sant’Agostino d’Ippona, dopo aver conosciuto la vera Bellezza, così esclamava: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova sant’Agostino. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontane quelle creature che, se non fossero in te, neppure esisterebbero” (Dalle Conf., Lib. 7). C’è una celebre frase, contenuta nel libro l’Idiota di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”, che ha suscitato tanti interrogativi su quale genere di bellezza può salvare il mondo dal degrado materiale e morale creato dagli uomini. Indubbiamente, la bellezza più grande, nel creato, è l’anima umana, perchè è lo specchio che riflette l’eterna e infinita Bellezza di Dio, e se uno potesse vedere la bellezza di un’anima in grazia di Dio resterebbe accecato e sbalordito di fronte a tanta bellezza. Santa Caterina da Siena, che aveva ricevuto da Dio il privilegio di poter vedere le anime delle persone, descriveva l’orrore di coloro che si trovavano in peccato mortale, mentre, riguardo alle anime in stato di grazia, diceva così al suo padre spirituale: “Padre mio, se voi vedeste il fascino di un’anima ragionevole, non dubito che dareste cento volte la vita per la salvezza di quell’anima, perché in questo mondo non vi è nulla che possa uguagliare tanta bellezza” (Legenda major 151).

Nel Cantico dei cantici, lo sposo non fa che ammirare la bellezza della sua sposa, subissandola di complimenti. ”Come sei bella amica mia, come sei bella!” (Cant 4,1). Per restaurare una simile bellezza Gesù ha dato la sua vita!

Come poter descrivere la bellezza dell’anima, così “piccola” e così infinita?

L’anima umana, appena uscita dalle mani di Dio, è paragonabile ad una sorgente d’acqua limpida e pura.

 

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Purtroppo, nel momento in cui è immessa nel corpo, subito contrae la colpa d’origine, ed è infettata da “mille batteri”. Solo Maria santissima ebbe il privilegio dell’immacolato concepimento. Ricevendo il santo Battesimo, questa sorgente interiore viene purificata, però, se rimane “stagnante” può nuovamente produrre “pericolosi batteri”, che, se proliferano, danno vita a dei piccoli “mostriciattoli”: i vizi capitali. Questi “mostriciattoli della palude”, se gli si concede di crescere, diventano degli “energumeni” che tengono in pugno la vita dello sprovveduto che li ha fatti crescere e che alleva, stupidamente, nella sua “casa”. In una situazione così drammatica il demonio si frega le mani, comincia a portare il subbuglio in quella casa, causandogli anche malattie nel corpo e nella mente (Lc 13, 11-12 ), e cerca in tutti i modi di giungere al dominio assoluto della casa (Mt 12,25-25; 12,43-46). Al contrario, un uomo saggio (Mt 7, 24-26) avanza nell’esercizio delle virtù, e la sua sorgente interiore scorre trasparente e pura come un torrente di montagna, ingrossandosi fino al punto di diramarsi in quei fiumi d’acqua viva di cui ha parlato Gesù (Gv 7,37-38), e la casa di quell’uomo diventa una splendida reggia, inattaccabile dallo spirito del male.

Chi di noi non ha mai desiderato di vivere in un castello?

 

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“Immaginate dunque che dentro di voi vi sia un palazzo immensamente ricco, fatto di oro e di pietre preziose, degno del gran monarca a cui appartiene. E pensate, inoltre, come infatti è verissimo, che voi concorrete a dargli la magnificenza che ha. Orbene, questo palazzo è l’anima vostra: quando essa è pura e adorna di virtù, non v’è palazzo così bello che possa competere con lei. Più le sue virtù sono elevate, più le pietre preziose risplendono. Immaginate ora che in questo palazzo abiti il gran Re che nella sua misericordia si è degnato di farsi vostro Padre, assiso sopra un trono di altissimo pregio: il vostro cuore. Se procurassimo spesso di ricordarci spesso dell’Ospite che abbiamo in noi, sarebbe impossibile, secondo me, abbandonarci con tanta passione alle cose del mondo, perché paragonate a quello che portiamo in noi, apparirebbero in tutta la loro spregevolezza” (Santa Teresa d’Avila, Cammino di perfezione, 28,9-13).

 

 

 

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